1. Dalla luce del fiume al calore del legno
A luglio lavoravo con l'acqua. C'era il Secchia che scorreva davanti a una famiglia con le barchette di carta, e la luce dell'ultima ora rimbalzava sui sassi e arrivava sotto il mento dei bambini come un pannello riflettente che nessuno aveva montato. Quella luce faceva metà del mestiere al posto mio.
Ottobre chiede un altro lavoro. Le famiglie vengono nel pomeriggio, quando i genitori escono dall'ufficio e i bambini da scuola, e a volte dopo le sei. A luglio alle sei la luce c'era ancora. Adesso alle sei e mezza fuori è buio, e dopo il 25 ottobre, quando l'ora tornerà indietro, il sole tramonterà poco dopo le cinque. A quell'ora lo studio ha la luce che gli do io.
Non la vivo come un limite. Una luce che costruisci puoi scaldarla, abbassarla, metterla di lato a un metro dallo sgabello e lasciare il resto della stanza nella penombra. L'altra sera, quando l'ultima famiglia è uscita, sono rimasto a guardare il set con la porta ancora socchiusa e il freddo che entrava. Lo sgabello di legno, le stoffe nei toni della terra, cammello, ruggine, verde oliva, la Bronica sul ripiano con un filo di riflesso sul vetro. Il legno scalda la pelle in un modo che il prato non sa fare: rimanda un colore caldo sotto gli zigomi e dentro le pieghe di un maglione, e con l'85 le ombre restano morbide. I bambini ci si siedono con un'altra postura rispetto all'erba: meno corsa, più tana.